Al Festival della Sociologia di Narni, la Sezione Studi di Genere dell’AIS ha messo a confronto prospettive teoriche e ricerche sulle disuguaglianze dell’abitare, dalle lavoratrici migranti alle donne con disabilità visiva, fino alle esperienze delle donne transgender.

Da sinistra, Marianna Coppola, Daniela Grignoli, Ignazia Bartholini, Mariella Nocenzi, Raffaella Monia Calia.

La casa, gli spazi pubblici, i luoghi della formazione e il corpo: l’abitare attraversa dimensioni diverse della vita quotidiana, nelle quali si costruiscono appartenenze e si misura l’effettivo accesso ai diritti. A questi temi l’undicesima edizione del Festival della Sociologia, dedicata a “Un ambiente per abitare. Spazi, vite e diritti”, ha rivolto il confronto ospitato a Narni dall’8 al 10 ottobre 2026.

Nella cornice del Teatro Manini, il 10 ottobre, l’incontro “Abitare la femminilità: vite plurime, mobilità e intersezionalità” ha dato voce alle studiose della Sezione Studi di Genere dell’Associazione Italiana di Sociologia. Il dialogo ha collegato l’elaborazione teorica alle esperienze concrete delle persone, interrogando le condizioni che rendono uno spazio accessibile, accogliente e realmente abitabile. 

Ad aprire i lavori è stata Mariella Nocenzi, coordinatrice della Sezione AIS Studi di Genere. Ringraziando il Comitato scientifico e il Comitato organizzatore, Nocenzi ha sottolineato il valore simbolico del contesto teatrale e ricordato la continuità della partecipazione della Sezione al Festival, alimentata negli anni anche dal contributo di Silvia Fornari.

Il tema dell’abitare incontra un percorso di ricerca che la Sezione sta sviluppando intorno al passaggio dalla femminilità alle femminilità. Nocenzi ha richiamato il convegno di metà mandato svoltosi in aprile all’Università di Palermo e il contributo di Patricia Hill Collins, dell’Università del Maryland, al confronto sull’approccio intersezionale. In questa prospettiva, pluralizzare il concetto di femminilità comporta un cambiamento epistemologico: modifica il modo di conoscere la società, le domande rivolte alla realtà e le esperienze assunte come rilevanti. La sua portata è anche politica, nel significato della polis, perché riguarda la costruzione della vita comune e il riconoscimento delle identità.

L’introduzione ha collocato l’abitare entro un ampio quadro teorico. Nocenzi ha richiamato Martin Heidegger, per il rapporto fra abitare ed essere, e il concetto di Heimat, evocato come esperienza di appartenenza e sicurezza che supera la dimensione materiale della casa. Ha quindi ricordato i nonluoghi di Marc Augé, la prospettiva della liquidità di Zygmunt Bauman e le riflessioni sulla corporeità di Maurice Merleau-Ponty ed Emmanuel Lévinas. Riletti attraverso una prospettiva intersezionale, questi riferimenti introducono una questione che attraverserà tutti gli interventi: come cambiano le possibilità di abitare quando si considerano insieme genere, condizioni sociali, disabilità, percorsi migratori e riconoscimento?


Ignazia Bartholini, ha sviluppato la cornice concettuale dell’incontro a partire dal corpo. L’abitare, ha osservato, è sempre un abitare di corpi: corpi vissuti e percepiti, ma anche guardati, classificati e riconosciuti dagli altri. Il riferimento a Merleau-Ponty ha permesso di evidenziare una dimensione dell’esistenza corporea che eccede il dato biologico e comprende l’esperienza di sé nella relazione con il mondo.

A questa prospettiva Bartholini ha accostato la distinzione di Richard Sennett fra ville e cité: la città nella sua struttura materiale e la città come esperienza sociale. Nella rilettura proposta dalla relatrice, il passaggio riguarda la possibilità di trasformare lo spazio delle cose in un ambiente capace di accogliere. Le esperienze delle donne migranti, delle donne con disabilità e delle persone trans rendono visibili le distanze fra presenza fisica, riconoscimento e accesso ai diritti. Il richiamo a Erving Goffman ha introdotto, in particolare, il problema della stigmatizzazione dei corpi e delle identità.

Il centro dell’intervento è stato espresso nella formula: «non c’è una femminilità, ma ci sono le femminilità». Bartholini ha proposto di assumerle come un luogo epistemologico dal quale interpretare la realtà. In questo quadro ha posto anche il tema della trasformazione delle maschilità, descrivendo l’accoglimento di pratiche di cura, accompagnamento e convivenza paritaria come un processo di femminilizzazione delle posture sociali. Nel formulare questa lettura, è opportuno richiamare Heidegger e il «percorso non a ritroso» («Auseinandersetzung») e di «un processo produttivo in avanti», ovvero di un movimento attraversato da tensioni. La diffusione di pratiche di gentilezza e rispetto, richiamate ancora attraverso Sennett, convive con la persistenza di femminicidi, sofferenze, stigmatizzazioni ed esclusioni. Le donne che svolgono lavoro di cura e le donne migranti mostrano con particolare evidenza questa compresenza di cambiamento e disuguaglianza.

Bartholini ha inoltre ripreso una riflessione emersa durante la presentazione di un testo di Milena Gammaitoni, interrogando la collocazione di frontiera, e talvolta di nicchia, attribuita alla sociologia prodotta dalle donne. Il richiamo all’Elogio del margine di bell hooks ha sostenuto la proposta di partire dalle esperienze marginalizzate per riconsiderare le categorie della disciplina. La cura, la sfera domestica e le forme della convivenza diventano così punti di osservazione centrali per comprendere la società.

Riprendendo la parola, Nocenzi ha sottolineato come questa pluralità permetta di mettere alla prova i modelli di pensiero lineari e di osservare i mutamenti sociali da posizioni a lungo considerate minoritarie. Il passaggio alle ricerche presentate dalle colleghe ha mostrato le implicazioni concrete di tale orientamento.


Un’immagine dal convegno, da sinistra Marianna Coppola, Daniela Grignoli e Ignazia Bartholini
Da sinistra, Marianna Coppola, Daniela Grignoli, Ignazia Bartholini.

Daniela Grignoli, ha concentrato l’intervento sulle donne migranti impegnate nel lavoro domestico e di cura. A partire dalle proprie esperienze di ricerca, anche nel contesto molisano, ha esaminato il significato dell’abitare nella casa della famiglia datrice di lavoro.

La coincidenza fra luogo di vita e luogo di lavoro può infatti restringere l’autonomia, rendere permeabili i confini del tempo personale ed esporre a forme di ricatto. Grignoli ha evidenziato anche la funzione dell’abitazione nel rendere una persona riconoscibile alle istituzioni e ai servizi. Il rapporto fra casa e cittadinanza appare così attraversato da una tensione: lo spazio che permette di acquisire visibilità amministrativa può contemporaneamente limitare la partecipazione alla vita sociale.

Richiamando Friedrich Engels, la relatrice ha ricondotto la questione abitativa ai rapporti sociali che regolano l’accesso alla casa. Nella sua argomentazione, genere, posizione economica e percorso migratorio incidono sulla possibilità di disporre di un’abitazione autonoma. L’approccio intersezionale permette di comprendere come questi svantaggi si costituiscano reciprocamente, producendo condizioni che non possono essere spiegate attraverso la loro semplice somma.

Grignoli ha quindi richiamato una ricerca di Francesca Colella, Giovanna Gianturco e Mariella Nocenzi, basata su trenta interviste a donne migranti impegnate nei movimenti per il diritto alla casa. Il riferimento ha messo in evidenza la capacità di azione delle donne, sostenuta dalle reti di solidarietà e dalla partecipazione collettiva. Lo studio citato riguarda il protagonismo nei movimenti per l’abitare, distinto dal caso delle lavoratrici conviventi illustrato nell’intervento. La ricerca sul protagonismo delle donne migranti.

Da questa riflessione è scaturita una proposta per le politiche sociali: prefigurare un livello essenziale delle prestazioni sociali, un LEPS, relativo all’abitare, capace di coniugare universalità del diritto e attenzione alle condizioni concrete delle persone. Grignoli ha prospettato una costruzione partecipata delle risposte, insieme alle donne interessate, orientata a rendere il diritto alla casa meno dipendente sia dal mercato sia dalla famiglia che offre ospitalità e lavoro.


Da sinistra, Mariella Nocenzi, Raffaella Monia Calia.

Raffaella Monia Calia, della Sapienza Università di Roma, ha proseguito il confronto attraverso due principali ambiti di ricerca: l’accesso delle donne con disabilità visiva alle discipline STEM e le esperienze di donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo, anche vittime di tratta. Nel primo caso ha richiamato il progetto STEMMA e il lavoro condiviso con Nocenzi; nel secondo, le indagini sviluppate attraverso l’attività associativa e il confronto con INAPP. Ha inoltre ricordato lo studio sulle donne senza dimora nell’ambito della ricerca sul Giubileo digitale coordinata da Costantino Cipolla e Roberto Cipriani.

Prendendo spunto dall’immagine della locandina, con i suoi livelli e le sue prospettive sovrapposte, Calia ha proposto una lettura della frammentazione delle esperienze domestiche e abitative. Ha richiamato la crisi della presenza di Ernesto de Martino, i flussi globali di Arjun Appadurai e la nozione di limen, con riferimento ad Arnold van Gennep e Victor Turner. Questi strumenti hanno accompagnato la riflessione su precarietà, transizioni, confini e appartenenze multiple, comprese quelle che si costruiscono negli ambienti virtuali.

Un punto centrale dell’intervento ha riguardato la distanza fra le risposte istituzionali e i modi in cui le persone attribuiscono significato agli spazi. Le politiche possono predisporre alloggi o laboratori accessibili, mentre le esperienze quotidiane rivelano ulteriori barriere e possibilità. Nel caso delle persone con disabilità visiva, Calia ha descritto forme di appropriazione dei dispositivi tecnologici e degli ambienti virtuali che sfuggono alle aspettative delle istituzioni e, talvolta, degli stessi ricercatori. Lo spazio universitario, il laboratorio e l’ambiente digitale risultano attraversati da rapporti di potere che incidono sull’accesso alle risorse culturali e sociali.

La relatrice ha poi affrontato il ruolo degli oggetti nella costruzione dell’abitare, richiamando un modello a quattro funzioni riconducibile al lavoro di Luis Eduardo Pérez Murcia e Paolo Boccagni. Gli oggetti possono custodire appartenenze, memorie biografiche e legami con altri luoghi, contribuendo alla possibilità di sentirsi a casa. Il riferimento a Mary Douglas e Baron Isherwood, autori de Il mondo delle cose, ha ampliato la riflessione sui consumi e sugli oggetti come strumenti attraverso cui si costruiscono identità, gerarchie e confini sociali. 

L’analisi si è quindi soffermata sui Centri di accoglienza straordinaria, i CAS, nei quali la distinzione fra pubblico e privato viene profondamente riorganizzata. Calia li ha descritti come luoghi che possono esercitare controllo e trasmettere in modo coercitivo le norme della società di arrivo, ma anche ospitare relazioni e progetti di inclusione. Fuori dalle reti istituzionali e di sostegno, l’intreccio degli svantaggi può assumere conseguenze estreme: la relatrice ha richiamato, riferendosi a Patricia Hill Collins, la nozione di intersezionalità letale.

A questa lettura dei rischi ha affiancato l’attenzione alle forme di resistenza. La formula «Non mi vesto come te», che richiama il lavoro sull’islamofobia (con Roberto Flauto), esprime il rifiuto di conformarsi alle rappresentazioni stereotipate delle donne musulmane e di essere definite esclusivamente attraverso la vulnerabilità. L’abbigliamento, gli oggetti e l’organizzazione degli spazi possono diventare pratiche di autodeterminazione. Calia ha concluso sottolineando la necessità di una cooperazione fra istituzioni, soggetti privati e realtà sociali, capace di ampliare le possibilità di cittadinanza attiva.


Da sinistra, Marianna Coppola, Daniela Grignoli.

Marianna Coppola, dell’Università Giustino Fortunato, ha portato la discussione sul corpo come spazio dell’identità, proponendo di leggere l’esperienza delle donne trans attraverso la metafora della migrazione di genere. Il suo intervento, maturato anche nelle ricerche condotte con Giuseppe Masullo, ha individuato quattro movimenti dell’abitare: l’accesso agli spazi fisici, la legittimazione dell’identità, la mobilità e l’esperienza del pericolo.

Il primo riguarda la possibilità di utilizzare gli spazi senza dover continuamente giustificare la propria presenza. Spogliatoi, servizi igienici, abitazioni in affitto e luoghi pubblici diventano contesti nei quali l’appartenenza può essere riconosciuta oppure contestata. Coppola ha osservato che anche soluzioni presentate come inclusive, come un servizio igienico separato, possono in determinate circostanze essere vissute come una forma di delegittimazione.

Il secondo movimento investe il riconoscimento istituzionale. Le difficoltà nell’introduzione delle carriere alias e nei percorsi di aggiornamento dei documenti possono produrre una distanza fra l’identità della persona e la sua identificazione amministrativa. Per descrivere questa condizione, la relatrice ha utilizzato l’espressione «clandestinità nel genere», sottolineando il peso dei passaggi e dei controlli che intervengono fra l’autodeterminazione e il riconoscimento formale.

Il terzo movimento riguarda la mobilità fra paesi, che può esporre le donne trans a ulteriori ostacoli anche quando i documenti sono stati aggiornati. Il quarto concerne la sicurezza e l’intreccio delle discriminazioni vissute come donne e come persone trans. Coppola ha discusso, in particolare, l’apprendimento di una «grammatica del pericolo»: il modo in cui le esperienze e i percorsi di socializzazione orientano la percezione dei luoghi e delle situazioni.

La storia di Sara, presentata dalla relatrice, ha reso concreto questo passaggio. Sara intraprende il proprio percorso a quarantacinque anni e lavora da vent’anni nella stessa azienda, con un turno che termina alle tre di notte. Il parcheggio, la mensa e i mezzi pubblici, pur restando materialmente gli stessi, assumono nella sua esperienza un significato diverso, segnato da una nuova percezione dell’esposizione e dell’insicurezza. Attraverso questo racconto, Coppola ha mostrato come l’abitare coinvolga anche l’apprendimento e la condivisione di codici sociali. Il riconoscimento pieno, nella prospettiva proposta, si realizza quando viene meno la necessità di giustificare continuamente la propria appartenenza a uno spazio fisico, simbolico e culturale.


Nella restituzione che ha preceduto il dibattito, questi contributi sono confluiti nel tema della cittadinanza incarnata. Le possibilità di esercitare i diritti prendono forma nelle esperienze dei corpi, nelle loro relazioni e nelle condizioni di riconoscimento. Gli spazi che proteggono possono anche opprimere; le istituzioni sono chiamate a confrontarsi con persone che portano con sé percorsi differenti, fatiche e richieste di partecipazione.

Il confronto con il pubblico ha infine riportato l’attenzione sulla responsabilità della conoscenza sociologica. Una studentessa di Scienze politiche dell’Università Roma Tre ha chiesto come la disciplina possa contribuire a superare la marginalizzazione delle femminilità e delle esperienze considerate fragili o estranee alla norma.

Nella risposta, Nocenzi ha richiamato Franco Ferrarotti e la sua attenzione ai margini come luoghi dai quali comprendere la società e i suoi meccanismi di esclusione. Ha quindi proposto di interrogare l’adeguatezza delle categorie utilizzate dalle scienze sociali: la rapidità delle trasformazioni può mettere in difficoltà anche modelli appena condivisi dalla comunità scientifica. Il problema investe, nella sua riflessione, la stessa idea di paradigma e richiede un confronto continuo fra ricerca empirica, elaborazione teorica e discipline diverse. Osservare, descrivere, comprendere e interpretare la società significa allora mantenere aperti gli strumenti della conoscenza alle esperienze che emergono, soprattutto quando chiedono di rivedere ciò che si riteneva già acquisito.